A Rimini c’ero già stato
Anni fa, in tenda, inseguendo le storie di Pier Vittorio Tondelli.
All’ultimo aveva voluto venire anche Piero, fidandosi di Rimini e
della mia guida nervosa.
L’università era chiusa, gli appartamenti si eran svuotati, le ragazze
erano tornate a casa, in vacanza con i fidanzati di sempre.
Non avevamo nulla da fare, ma la noia ci spingeva a farlo comunque,
qualsiasi cosa in un posto qualsiasi. Il weekend di ferragosto aumentava
la nostra impazienza e ci attirava in un riflusso verso le mille luci della
Riviera; una strada larga e piatta, campi lunghi, storie ed avventure facili.
I viaggi si posson dividere in tre parti: partenza, percorso, arrivo. Ai
tempi mi interessava solo il percorso, la prima e l’ultima parte per me
coincidevano.
Così ce la siam presa con calma, fermandoci a Forlì dal Cesare
a conoscere la sua amica fotografa.
Due giorni per arrivare a Rimini. Ma al sabato di ferragosto non puoi
pensare di trovare da dormire, specialmente se ci arrivi di pomeriggio.
Solo dopo cena riuscimmo a piantare la tenda nel giardino di una
pensione, cercando subito qualche avventura con i nostri ridicoli jeans
stirati e le camicie damascate, persi nell' avanti e indietro di viale
Ceccarini.
E come tutti quelli che non sapevan che fare, finimmo in discoteca;
tirammo tardi tra sigarette ed alcool cercando di “spolmonare “ così
il nostro disagio.
“Per anni avevo inseguito delle luci, desiderando più di ogni altra cosa di
essere un faro, un punto luminoso nella notte. Ed invece, ancora a
ventisette anni dovevo accontentarmi di ammirarle da lontano , dall’altra
parte, attraverso i vetri di una finestra. Non brillavo da solo”
(da Rimini di Pier Vittorio Tondelli). Passammo la serata sotto la
piramide di vetro, un gruppo di ragazzi ci chiese se eravamo veneti passandoci
una bottiglia di gin, urlammo qualcosa che voleva essere simpatico, si rideva prima
ancora di finire la frase. L’alcool ha la capacità di farti dimenticare la
strada di ritorno e di farti trovare a casa improvvisamente. Il materassino era
una sottiletta, le orecchie mi fischiavano ancora ma, sfiancato, presi sonno senza
tante storie, raggomitolato come un cane nella sua tana.
Tornammo il giorno dopo, spingendo la mia Puch enduro in autostrada, a
tutta manetta con il k-way che sbatteva sul serbatoio. Ma non
volevo fermarmi.
Lasciai Piero al centro
commerciale. Andai diritto a casa.














