mercoledì 28 ottobre 2015

un altro weekend postmoderno



A Rimini c’ero già stato

Anni fa, in tenda, inseguendo le storie di Pier Vittorio Tondelli.

All’ultimo  aveva voluto venire anche Piero, fidandosi di Rimini e della mia guida nervosa.

L’università era chiusa, gli appartamenti si eran svuotati, le ragazze erano tornate a casa, in vacanza con i fidanzati di sempre.

Non avevamo nulla da fare, ma la noia ci spingeva  a farlo comunque, qualsiasi cosa in un posto qualsiasi. Il  weekend di ferragosto aumentava la nostra impazienza e ci attirava in un riflusso verso le mille luci della Riviera; una strada larga e piatta, campi lunghi, storie ed avventure facili.

I viaggi si posson dividere in tre parti: partenza, percorso, arrivo. Ai tempi mi interessava solo il percorso, la prima e l’ultima parte per me coincidevano.

Così ce la siam presa con calma,  fermandoci  a Forlì dal Cesare a conoscere la sua amica fotografa.

Due giorni per arrivare a Rimini. Ma al sabato di ferragosto non  puoi pensare di trovare da dormire, specialmente se ci arrivi di pomeriggio.

Solo dopo cena riuscimmo a piantare  la tenda nel giardino di una pensione, cercando subito qualche avventura con i nostri  ridicoli jeans stirati e le camicie damascate, persi nell' avanti e indietro di viale Ceccarini.

E come tutti quelli che non sapevan che fare, finimmo in discoteca;  tirammo tardi tra sigarette ed alcool cercando di “spolmonare “ così  il nostro disagio.

“Per anni avevo inseguito delle luci, desiderando più di ogni altra cosa di essere un faro, un punto luminoso nella notte. Ed invece, ancora a  ventisette anni dovevo accontentarmi di ammirarle da lontano , dall’altra parte, attraverso i vetri di una finestra. Non brillavo da solo”  (da Rimini di Pier Vittorio Tondelli). Passammo la serata sotto la piramide di vetro, un gruppo di ragazzi ci chiese se eravamo veneti passandoci una bottiglia di gin, urlammo qualcosa che voleva essere simpatico, si rideva prima ancora di finire la frase. L’alcool ha la capacità di farti dimenticare la strada di ritorno e di farti trovare a casa improvvisamente. Il materassino era una sottiletta, le orecchie mi fischiavano ancora ma, sfiancato, presi sonno senza tante storie, raggomitolato come un cane nella sua tana.

Tornammo il giorno dopo, spingendo la mia Puch enduro in autostrada, a tutta manetta  con il k-way che sbatteva sul serbatoio.  Ma non volevo fermarmi.  

Lasciai Piero al centro commerciale. Andai diritto a casa.