domenica 26 agosto 2018

CHARLES BUKOWSKI è NATO IN GERMANIA













 La gente che ti spinge, la gente che urla, la gente convinta, la gente triste, la gente che non ha pazienza,  la gente che fa sempre le stesse cose che fanno tutti.
Lui la gente la vede solo di domenica,  nella metro da Brooklyn a Manhattan . E’ il suo giorno libero e guarda senza fretta la folla che lo spinge verso l’uscita di Union Square.  Ogni 5 minuti il  brusio si trasforma nel rumore del purgatorio dove si accalcano tutte le anime che arrivavano in città. In fondo per un fotografo, New York si riduce a quello che succede da un marciapiede all’altro; la gente è il più grande spettacolo del mondo e non si paga il biglietto.
Ogni tanto, seguendo questa processione, riconosce qualcosa in qualcuno, un pensiero, una luce  prevale e prende forma:  tira fuori la fotocamera, sistema il diaframma e scatta.
Durante la settimana lavora in una cucina a Brooklyn. Son già  4 anni. Gliela aveva detto la Sabrina  che New York è come la carta moschicida; dove atterri ti fermi, diventa una seconda famiglia ancor più difficile da lasciare. E alla fine ti ritrovi ancora lì,  appiccicato accanto al tuo sogno.
Non ci pensa quasi mai a come fosse finito in quel ristorante; era stata sempre la Sabri a parlargli di quella coppia di Como che cercava un italiano da mettere in cucina ad insegnare ai messicani come si doveva tirare la sfoglia della  pasta. Il ristorante era lì da vent’anni, l’affitto era ancora basso, lo avevano aperto ai tempi in cui dovevi sgomitare con i portoricani anche solo per mettere un cartello sul marciapiede. Poi le cose eran cambiate e la zona si era riempita di eleganti coppiette che alla sera giravano col cane.
Da bambino sognava di fare il fotografo, i viaggi, le modelle: quel lavoro voleva fare e per farlo, come nei suoi sogni  doveva andare a New York. Ma poi si accorse  che non ce l’avrebbe fatta: troppe vocali nel suo inglese, lo sguardo troppo orizzontale per una città fatta di travi di ghisa che si arrampicano nervose una sull’altra. Niente  passeggiate al village, niente serate jazz nei localini con le candele alla vaniglia, niente lampi flash nei lofts bianchi di Tribeca . Le  mille luci le vedeva ancora  dal Manhattan Bridge. Ma aveva continuato a fotografare ogni santa domenica,  lo faceva sempre e per tutto il giorno, in ogni stagione.
Era il suo giorno di festa: ballava felice con la macchina fotografica fermando per un attimo una fata a downtown e un vecchio principe che prendeva il sole a Washington Square Park.
In questi quattro anni non aveva mai cercato un altro lavoro, non aveva combattuto grandi battaglie né aveva ricevuto delle  porte in faccia. Semplicemente  aveva scelto la via più facile;  lì  stava bene. Quella cucina era un acquario dentro un mare gelido: era rimasto un pesce d’acqua dolce.
Aspettava il sabato sera, staccava già con il primo turno e se ne stava una buona mezzora  nella vecchia libreria di Bedford Ave al 218 a sfogliare libri, cercando il bianco e nero di  Weegee o i colori di Shabazz. Poi dopocena si versava un bicchiere di Don Melchor e caricava  la sua ricoh GR.  Andava a letto presto pensando all’odore di zucchero filato delle carrozze della linea D, quelle che venivano da Coney Island. E ai bambini con la bocca sporca di pizza che avrebbe fotografato il giorno dopo.
Gli uomini si ripetono e, a differenza delle donne, fanno sempre le stesse cose, soprattutto alla domenica.  Così dopo Times Square  finiva da Strand a leggere dell’ultimo Rembrandt,  amava così tanto i quadri del distacco, la perdita del dettaglio nei suoi lavori maturi.  A un certo punto della vita non devi più spiegare tutto,  pensava uscendo dalla libreria.
 Alla sera non fotografa mai; meglio  un cheeseburger con le patatine alla paprika al Corner Bistrò, solo una altra Blue Moon  per poi tornare alla sua tana, al di là del ponte,  dove le luci son spente.